Google annuncia penalizzazioni per i siti web italiani con backlink innaturali o a pagamento finalizzati unicamente a migliorare il posizionamento nei motori di ricerca

Mamma li Penguin! Contro vecchi trucchi SEO

Pubblicato il · nella categoria Posizionamento Siti Web. Di Massimo Pittella
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L’Italia è nel penguin-mirino! Google lo ha annunciato ieri con un tweet di Giacomo Gnecchi Ruscone, membro del Google search quality team di Dublino:

Google annuncia di avere intrapreso azioni di rilievo ai danni di blog e siti web italiani con backlink a pagamento finalizzati unicamente a migliorare il posizionamento nei motori di ricerca

Un comunicato analogo, twittato a due ore di distanza da Javier Perez, dello stessa sede Google di Dublino, annunciava lo stesso genere di provvedimenti anche in Spagna. La notizia però non è affatto un fulmine a ciel sereno, era nell’aria. Segue infatti di pochi giorni il profetico ammonimento diramato sempre via Twitter da Matt Cutts, qui riportato nella versione rivolta al mercato italiano:

Matt Cutts di Google segnala che le best-practices SEO non prevedono link innaturali a pagamento finalizzati al posizionamento siti web sui motori di ricerca

Tutti i teeet contenevano un link a un post pubblicato nella Google Webmaster Central, datato anch’esso 10 marzo e che nella versione italiana ha titolo Link innaturali in Italia e richieste di riconsiderazione, in cui Giacomo Gnecchi Ruscone precisa le tipologie di link considerati da Google come dannosi per la reputazione e il posizionamento SEO di un sito web. Tutte cose che per altro Google aveva già spiegato nel dettaglio nei suoi vari blog e forum tecnici, oltre che nelle guide SEO destinate ai webmaster e in tanti suoi video su YouTube. Insomma, che Big G avesse in animo di promuovere su scala globale una seria campagna di penalizzazioni anti-spam ai danni della moltitudine di siti allegramente promossi per anni attraverso tecniche poco pulite di backlinking, era noto fin dallo storico annuncio dell’upgrade Penguin del motore di ricerca, nell’ormai lontano Aprile del 2012, se non addirittura dall’introduzione dell’algoritmo Panda, nell’ancora più lontano Febbraio 2011.

Era già successo le scorse settimane in Francia e Germania

Non è che adesso Google abbia deciso di accanirsi in particolare contro il nostro paese, ma sicuramente è in atto un giro di vite. Nel mese di Febbraio era già accaduto appena al di là dei nostri confini nazionali. In Germania, ad esempio, Hugo Boss, la multinazionale tedesca tra i principali leader mondiali nei segmenti lusso e alta qualità del mercato dell’abbigliamento e della moda, ha perso quasi il 40% di traffico nel suo sito web nel giro di pochi giorni a causa dello stesso tipo di penalizzazioni Google che ora vengono annunciate per l’Italia. Anche il quel caso, l’azione intrapresa da Google era stata preannunciata pochi giorni prima da un laconico tweet di Matt Cutts, dello stesso tenore di quello mostrato qui sopra.

Dunque gli anatemi anti-spam di Google stanno producendo i loro effetti?

Finalmente! ci verrebbe da dire. I “bravi ragazzi” come noi, che negli ultimi anni si erano dedicati a un’onesta promozione dei siti web, propri e dei propri clienti, rinnegando il “lato oscuro” della SEO, il cosiddetto Black Hat, si erano davvero stancati di dover continuare a lottare ad armi impari contro i baroni del link building artificiale, a pagamento o non a pagamento che fosse. Dunque i tempi sono cambiati? Bé, diciamo che stanno cambiando. Lentamente, molto lentamente. Scorrendo le SERP di Google relative ai paesi su cui il maglio di Penguin si è già abbattuto, desta ancora sconcerto l’analisi del link profile di molti siti in top-ten, appartenenti spesso anche a grandi marchi. Il fatto è che i provvedimenti di cui stiamo parlando qui non vengono applicati sistematicamente dagli algoritmi automatici anti-spam di Google, ma sono interventi manuali decisi a tavolino sulla base di indagini analitiche eseguite a campione. Le maglie dei controlli sono quindi (ancora) molto larghe e la maggioranza dei siti con in capo il Black Hat finisce per farla franca. Ricorda un po’ il modo di procedere della BSA (Business Software Alliance) contro la pirateria del software: qualche intervento eclatante di denuncia di grandi società per fare notizia, ogni tanto, e qualche altro intervento su società minori e microimprese per dare l’impressione di potere arrivare a chiunque. Più per fare cultura che per reprimere diffusamente i comportamenti illeciti. E tuttavia nel web la via è segnata con maggiore chiarezza. Quando gli algoritmi euristici di autoapprendimento di Google delegati al contrasto dello spamming online diventeranno più efficienti e affidabili, i controlli potranno essere automatizzati e le penguin-maglie si restringeranno di botto. Questo, almeno, è il nostro personale auspicio.

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